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L’arte del “fai con quello che hai”

Federica Tamarri, specializzanda in igiene, prossima alla partenza per l’Angola, catapultata a lavorare 12 ore al giorno, all’Ospedale di Piacenza, per fronteggiare l’epidemia Covid.

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    Federica, qual è il tuo quotidiano in questa emergenza?

    Mi divido tra due servizi. Da un lato le vaccinazioni dei bambini negli ambulatori, una delle poche attività che a livello regionale stanno continuando a pieno regime, con tutte le attenzioni del caso, per tutelare i bimbi da altri pericoli. E poi sono in azienda ospedaliera, dove faccio un lavoro molto meno allegro, occupandomi proprio dei decessi per Covid. Quindi passo da un estremo all’altro, da una parte i bimbi, dall’altra, cose ben più tristi.

     

    È stato difficile rientrare in servizio?

    All’inizio ero stravolta perché volevo partire, era un sogno grande che ho visto allontanarsi. Essendo all’ultimo anno a ottobre finirò gli studi, quindi anche se riuscissi a partire a luglio sarebbe un tempo più breve, sarà da valutare. Inoltre qui a Piacenza ora ci stanno assumendo un po’ tutti. Mi son sentita sconvolta perché anche se fossi partita, essendoci in Italia una situazione così difficile, di sicuro non sarei stata serena. Ho sentito i ragazzi che sono giù a Chiulo, è stato un inizio duro perché ovviamente il pensiero vola a casa, ai genitori, agli affetti. Quindi c’è stato lo stravolgimento di dire “non parto”, dopo che mi ero organizzata per fare la tesi là, e la pandemia. Un doppio shock.

     

    Cosa stia imparando?

    A livello organizzativo, essendo a igiene e sanità pubblica, sto provando l’esperienza “dell’arrangiarsi con quello che si ha”, qualcosa di simile a quel “fare con risorse ridotte” che ci deve essere in Africa. Penso che l’arte del “fai con quello che hai” appreso in questo contesto di emergenza potrebbe essermi utile anche nella mia futura esperienza in Africa. Quando c’è in ballo la vita delle persone si fa di tutto per tirare fuori delle risorse anche se non ci sono pur di salvarle. A Piacenza l’ospedale è diventato tutto un grande reparto Covid ma bisognava comunque gestire anche gli altri pazienti, cercando di tutelarli.

     

    Cosa ti ha colpito di più?

    La situazione è assolutamente fuori dal comune, non era prevedibile e non si poteva essere preparati. Credo che prossimamente si deciderà di investire un po’ più sul sistema sanitario che era stato un po’ trascurato e messo in discussione negli ultimi anni.

     

    È stato importante il rapporto con i colleghi?

    I colleghi sono le uniche persone che sto vedendo da un mese a questa parte quindi direi che sono fondamentali.  Con mille difficoltà, perché ogni giorno magari qualcuno crolla e bisogna sostenersi a vicenda. Per fortuna che sto lavorando e posso essere utile in qualche modo e per fortuna che ci sono i colleghi con cui ci sosteniamo. Perché è difficile vivere questa situazione e non avere nessun contatto. Io sono qui, la mia famiglia è chiusa a casa e ho deciso di non vederli più. I colleghi sono una risorsa fondamentale, proprio a livello psicologico.

     

    Qual è la tua difficoltà più grande?

    Per le vaccinazioni è importante cercare di tutelare il più possibile mamme e papà che ci portano i bimbi, spiegando che la vaccinazione serve per proteggere anche se il momento è difficile. In direzione sanitaria, che sto seguendo in contemporanea, il problema è trovare soluzioni, prendere decisioni, e magari giuste. Il problema diventa di leadership perché ogni volta che decidi qualcosa ne fai contento uno e scontenti due, ma di fatto bisogna decidere.

     

     

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