Giornata mondiale contro il cancro
Nella Giornata mondiale contro il cancro, i numeri ricordano una realtà spesso ai margini del dibattito globale. Secondo le Nazioni Unite, l’Africa è il continente dove l’incidenza dei tumori è destinata a crescere più rapidamente.
Oggi, 4 febbraio, nella Giornata mondiale contro il cancro, i numeri ricordano una realtà spesso ai margini del dibattito globale. Secondo le Nazioni Unite, l’Africa è il continente dove l’incidenza dei tumori è destinata a crescere più rapidamente nei prossimi anni, complice l’aumento dell’aspettativa di vita, la rapida urbanizzazione e soprattutto la scarsa prevenzione.
In Mozambico, dove operiamo al fianco del sistema sanitario locale da oltre quarant’anni, questo scenario ha un volto preciso. Secondo i dati GLOBOCAN, nel Paese si registrano ogni anno oltre 26 mila nuovi casi di cancro e più di 19 mila decessi. Il tumore alla cervice rappresenta una delle principali cause di morte tra le donne. Molte pazienti arrivano in ospedale quando la malattia è già in fase avanzata. Nelle aree rurali, gli screening sono rari, le informazioni scarse e le distanze dai centri di riferimento proibitive. A questo si aggiungono barriere culturali, economiche e – per le persone con disabilità – anche fisiche.
È la storia di Fatima, arrivata all’ospedale rurale di Nhamatanda, in provincia di Sofala, con lesioni al collo dell’utero che coprivano oltre il 75% della superficie. La crioterapia non era più sufficiente. Avrebbe dovuto sottoporsi a un trattamento con LEEP (Loop Electrosurgical Excision Procedure), ma l’apparecchiatura non era disponibile. L’unica soluzione era raggiungere l’ospedale centrale di Beira, a circa cento chilometri di distanza: sei ore di viaggio tra andata e ritorno, una visita, l’intervento, gli antibiotici per le settimane successive. Oggi, tornata per un controllo, può tirare un sospiro di sollievo: il trattamento ha avuto successo. Ma il suo percorso racconta quanto la tempestività faccia la differenza.
“Il cancro al collo dell’utero è una malattia silenziosa”, spiega la dottoressa Angelica, dall’ospedale di Nhamatanda. “La presenza di virus come l’HPV o condizioni di immunodepressione aumentano il rischio, ma molte donne non conoscono i sintomi e non agiscono in tempo”.
Eva, 27 anni, sieropositiva e in terapia antiretrovirale dal 2019, lo ha scoperto durante una visita di controllo. Se fosse arrivata cinque mesi prima, avrebbe dovuto affrontare lo stesso lungo trasferimento di Fatima. Oggi, però, l’apparecchio per la LEEP è disponibile anche a Nhamatanda e l’intervento può essere eseguito rapidamente, senza allontanarsi dalla propria comunità. Le basta tornare due mesi dopo, per un controllo. E nel frattempo, può contribuire al fondamentale lavoro di prevenzione, raccontando la sua esperienza alle donne della comunità e indicando loro quali sono i sintomi.
Perché in un contesto a basse risorse, è proprio la prevenzione la medicina più potente: è in quest’ora che è nato il progetto “Prevenzione e controllo delle malattie non trasmissibili” che realizziamo come Cuamm insieme ai partner Sant’Egidio e AIFO, con il sostegno della Cooperazione Italiana.
L’intervento si sviluppa in tre province del Paese – Maputo, Sofala e Zambezia – e coinvolge 20 unità sanitarie, tra primo e secondo livello, oltre a tre ospedali di riferimento. L’obiettivo è rafforzare la capacità del sistema sanitario mozambicano di prevenire, diagnosticare e gestire le principali malattie non trasmissibili, tra cui il tumore alla cervice, riducendo mortalità e disabilità. Nelle comunità vengono organizzate sessioni di sensibilizzazione guidate da attivisti sanitari, fiere della salute e brigate mobili che raggiungono le aree più remote per offrire screening e orientamento. I programmi radiofonici, trasmessi in portoghese e nelle lingue locali, diffondono informazioni sui fattori di rischio e sull’importanza dei controlli regolari, contribuendo a superare disinformazione e stigma.
Parallelamente, il personale sanitario delle strutture coinvolte riceve formazione teorica e sul campo per migliorare la gestione delle patologie croniche e l’identificazione precoce dei casi sospetti. Il progetto sostiene inoltre la fornitura di materiali e il rafforzamento dei protocolli di riferimento tra strutture periferiche e ospedali, per evitare che i pazienti si perdano lungo il percorso di cura. Perché è solo così che si può fare la differenza: rimamendo accanto alle persone, soprattutto le più vunerabili. Non riguarda soltanto le statiche: riguarda la possibilità concreta di arrivare in tempo, di essere ascoltati, di trovare un sistema sanitario capace di accompagnare la cura.