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La tenacia della cura

Domitilla, infermiera in servizio civile, racconta la sua esperienza a Pujehun, Sierra Leone: tra trasferimenti difficili e medicazioni dolorose, la cura, spesso, è restare accanto ai pazienti

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    Quando Kevin arriva all’ospedale di Pujehun, nel sud della Sierra Leone, le sue condizioni sono gravissime. È un bambino, ed è malnutrito. Ma non solo.

    «Quando abbiamo aperto il lenzuolo che lo avvolgeva — racconta Domitilla, infermiera in servizio civile con il Cuamm — ci siamo resi conto che aveva anche un prolasso rettale molto esteso. Era impressionante: sembrava davvero non ci fosse nulla da fare».

    In contesti come questo, la cura non coincide mai soltanto con una diagnosi o con un trattamento disponibile. È, prima di tutto, una scelta: decidere che vale comunque la pena tentare, anche quando le risorse sono limitate e il tempo sembra non bastare. All’ospedale di Pujehun, infatti, Kevin non può essere operato.

    «Quel giorno eravamo pieni di lavoro fino al collo. Sapevamo che lì non avremmo potuto curarlo, anche perché il fatto che fosse anche malnutrito complicava parecchio le cose. Se non lo avessimo trasferito sarebbe stato spacciato. Così ci siamo incollati al telefono».

    Inizia una ricerca difficile, fatta di chiamate e rifiuti. Gli ospedali sono pieni, le possibilità poche. Eppure Domitilla e i suoi colleghi insistono, provano ancora, finché arriva la risposta che cercavano: a Freetown c’è un posto per lui. Parte e per mesi non si hanno notizie.

    Poi, una mattina di dicembre, una donna entra in ospedale con un bambino. Stanno bene, non sembra ci sia bisogno di cure. «Non abbiamo capito subito chi fosse. È stato solo grazie alla madre che lo abbiamo riconosciuto: era Kevin. Era irriconoscibile, così bello e in salute».

    In questi contesti, il lavoro quotidiano della cura passa spesso da qui: dal cercare strade dove sembrano non esserci, tenere aperte possibilità quando tutto sembra chiuso. È la tenacia di chi lavora all’ultimo miglio, e sa che la differenza di fronte alla guarigione non è fatta solo di decisioni cliniche o di trasferimenti riusciti. È anche qualcosa di più sottile, che si gioca ogni giorno nella relazione con i pazienti. Una tenacia che a volte richiede di fare mille telefonate, altre semplicemente riuscire a strappare un sorriso a un piccolo paziente, durante una medicazione dolorosa.

    Come per Simon, un bambino che arriva in ospedale per una grave ustione alla gamba. Le medicazioni sono frequenti e molto dolorose. Con lui c’è la nonna.

    «Arrivava sempre con abiti bellissimi, era veramente una forza. Aveva un modo di fare molto solare che calmava Simon, anche se lui moriva di paura».

    Per i gravi più gravi, si ricorre alla sala operatoria, ma non ci sono i mezzi per farlo ogni volta. Quando arriva il suo turno, guarda il medico e lo supplica: «Doctor, small small!». Piano piano. «Granny, beg for me, beg for me!»

    «Sono momenti difficili – racconta Domitilla – perché sai che farai male, e non sempre puoi evitarlo».

    Ogni anno, giovani come Domitilla scelgono di mettersi in gioco in contesti come questo, attraverso il servizio civile universale. Un’esperienza che non cambia solo chi parte, ma contribuisce — giorno dopo giorno — a rendere possibile questa ostinazione della cura.