Sì, possiamo eliminare la tubercolosi
Nella Giornata mondiale contro la tubercolosi, raccontiamo la storia di guarigione di Lokoth Joseph Akorikibok, ugandese di 39 anni a cui era stata diagnosticata una tubercolosi farmaco-resistente
«Sì! Possiamo eliminare la tubercolosi!». Lo slogan della Giornata Mondiale 2026 contro la Tubercolosi (Tb) 2026 non è solo un auspicio, ma un impegno concreto che portiamo avanti nei Paesi dell’Africa Subsahariana in cui operiamo. Questo messaggio si traduce ogni giorno nel lavoro instancabile di medici, infermieri e comunità, uniti per garantire a ogni paziente il diritto a un futuro in salute.
Nonostante la tubercolosi sia oggi una patologia trattabile e guaribile, l’ultimo Global Tb Report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma che l’Africa continua a sostenere il 25% del carico globale di questa epidemia. In Uganda in particolare, la sfida si gioca su un equilibrio sottile tra progresso tecnologico e barriere sociali: secondo i dati più recenti del Ministero della Salute ugandese, l’incidenza rimane alta con circa 200 casi ogni 100.000 abitanti, la Tb rimane la prima causa di mortalità tra le persone colpite da Hiv e una delle principali minacce nelle aree più fragili del Paese, come la regione della Karamoja.
Oggi, la vera sfida in Uganda, così come in molti altri contesti, non si affronta solo nelle strutture sanitarie, ma nei villaggi più isolati. Sebbene il tasso di successo terapeutico monitorato dal National Tb and Leprosy Programme abbia raggiunto la soglia record del 90%, rimane un vuoto pericoloso: quel 20% di malati che ancora sfugge alla diagnosi.
Sono i «casi mancanti», persone che convivono con i sintomi senza sapere di essere contagiate, alimentando involontariamente la trasmissione. Per identificarli, il Cuamm, in linea con la strategia “End TB” dell’OMS, ha scelto la strada della capillarità, promuovendo il potenziamento e l’estensione dei servizi di prevenzione, diagnosi, trattamento e follow-up, con una particolare attenzione alla Tb farmaco-resistente. In particolare, nei distretti di Napak e Moroto, nella regione della Karamoja, il Cuamm implementa, insieme alle autorità sanitarie locali, il progetto “PRO-TB: Potenziamento della Rete Organizzata per la Tubercolosi in Karamoja”, supportato dal Fondo di Beneficenza ed opere di carattere sociale e culturale di Intesa Sanpaolo.
La lotta contro la tubercolosi in Uganda ha il volto e la voce di Lokoth Joseph Akorikibok, 39 anni, una moglie e otto figli che lo aspettano a Losilang, nel distretto di Kotido. Per mesi, ha avuto una tosse che non gli dava tregua, portandogli via la voce, l’appetito e, lentamente, la speranza.
«Tossivo da così tanto tempo che avevo quasi perso la voce, – racconta Joseph. – Ero terrorizzato. Pensavo continuamente alla morte e a cosa ne sarebbe stato di mia moglie e dei miei figli se io non ci fossi stato più».
Come molti che vivono in zone remote, Joseph ha cercato inizialmente aiuto dove poteva: piccole farmacie, prendendo medicinali che non avevano nessun effetto. «Nessun miglioramento. Sapevo che era solo questione di giorni, che sarei morto».
La svolta è arrivata al centro sanitario di Losilang HC II. Quando gli hanno chiesto un campione di espettorato per il test, Joseph era sul punto di rinunciare:
«Avevo perso ogni speranza, non volevo nemmeno fare l’esame. Ma poi ho trovato l’energia per farlo, ed è stata la decisione che mi ha cambiato la vita».
La diagnosi è stata tra le più difficili: MDR-TB, la tubercolosi farmaco-resistente. Con il supporto del Cuamm e dell’ospedale di Matany, un’ambulanza è partita per prendere Joseph e portarlo a Matany, dove ha iniziato un protocollo di cura rigoroso.
«Il Cuamm e il team di Matany mi hanno salvato. Mi hanno dato le medicine giuste, ma non solo. Voglio ringraziarli per il cibo che mi hanno fornito in ospedale: senza quello, i farmaci sarebbero stati troppo forti per il mio corpo. Il cibo ha reso possibile il trattamento».
Oggi Joseph è tornato a casa, la sua condizione è migliorata, il suo peso è aumentato, e soprattutto ha ritrovato la sua determinazione. «Ogni giorno, esattamente alle 10:00 del mattino, prendo la mia medicina. Non salto un minuto, non salto un giorno».
Il suo ritorno è un segno tangibile che guarire si può. «Ikilakara aiyiun lojokotau nooi – Grazie di cuore a tutte le persone di buona volontà che mi hanno sostenuto». Un ringraziamento che, nella sua lingua, racchiude tutto il senso del nostro lavoro. E aggiunge un “appello” alla sua comunità:
«Smettete di prendere farmaci senza sapere cosa state facendo. Andate in ospedale, fate il test. La mia vita è migliorata perché ho avuto fiducia nella medicina e negli operatori».
Eliminare la Tb significa, prima di tutto, abbattere le barriere della povertà e dello stigma, migliorando la consapevolezza. Significa garantire che il diritto alla cura raggiunga l’ultimo miglio, trasformando i dati in storie di guarigione e opportunità di futuro.