A Nekemte, per ricostruire non per bombardare
L’appello del direttore don Dante Carraro per ricostruire l'ospedale di Nekemte, in Etiopia, punto di riferimento per oltre 5 milioni di persone
Carissime e carissimi,
un’area negletta, a cui finora nessuno ha rivolto lo sguardo.
Il nome di un ospedale, Nekemte, che abbiamo pronunciato per la prima volta lo scorso novembre alla presenza del Presidente della Repubblica, prendendoci l’impegno di essere “con” questa gente, sostenuti dalle sue parole: «Il Cuamm non si è dato il facile alibi di essere troppo piccolo per cambiare il mondo. La solidarietà genera fiducia. È un antidoto alla rassegnazione, all’indifferenza».
È proprio da qui che scrivo, da Nekemte, e da qui leggo delle oltre 150 bambine uccise per “errore” da bombe americane il primo giorno della guerra in Iran. Quanto dolore innocente! Vorrei e vorremmo gridare che non si può fare, che così stiamo distruggendo il mondo, il futuro nostro e di quelli che verranno dopo
di noi. E nello stesso tempo sento nel profondo che quel nostro gridare prende forma proprio nel nostro partire, in quell’ “euntes curate infirmos” che è la sorgente più cristallina del nostro impegno da 75 anni. C’è chi parte per bombardare e chi parte per curare. Chi per uccidere e chi per portare salute e vita. Noi abbiamo chiaro da che parte stare: non c’è voce più alta di chi parla con la vita, la propria, vicino ai più poveri.
Nella cittadina di Nekemte, ovest dell’Etiopia, riferimento per un’area di oltre 5 milioni di abitanti, 400.000 persone ne hanno accolte 150.000. In città c’è un ospedale di 250 letti, fatiscente, congestionato da una infinità di mamme e bambini, ammalati ovunque per terra, su cartoni, letti e barelle scassati, equipaggiamenti inesistenti o fuori uso, acqua e luce a tratti, personale demotivato e stanco.
Qui, nei giorni scorsi, abbiamo simbolicamente posato la prima pietra della ricostruzione dell’ospedale. Mani bianche e nere, insieme a costruire futuro. Il dr. Abebè, direttore dell’ospedale mi ha detto commosso: “Siamo sempre stati abbandonati. Il pronto soccorso non è in grado di rispondere alle tante emergenze, manca tutto e non ce la facciamo più. Abbiamo quasi 4.000 parti all’anno. Ce la mettiamo tutta ma è durissima, specie per gli ammalati. Sapervi qui con noi ci dà forza”.
![]()
La provvidenza e tanti amici, come voi che mi leggete, ci daranno una mano per riabilitare i muri del Pronto soccorso, del triage e degli ambulatori, per riequipaggiare gli ambienti e i laboratori, per ricostruire la fiducia delle tante persone che ci aspettano.
Si può partire anche restando nel posto in cui ci si trova, è necessario coltivare un cuore generoso e aperto ed è lì che la nostra vita parte e incontra. E si è insieme, nel nostro partire e nel nostro curare. Contro ogni guerra, per far vincere la vita sulla morte.
Grazie di essere con noi.
D.Dante



