La cura dell’essenziale
La testimonianza di Federica, Jpo ad Aber, in Uganda: «Lavorare in un ospedale all’ultimo miglio vuol fare tanto con poco»
«Come Jpo, ho lavorato nel reparto di chirurgia nell’ospedale di Aber, in Uganda, in una regione rurale a sei ore di macchina dalla capitale».
Comincia così il racconto di Federica Cucè, da gennaio nel paese africano insieme al Cuamm. Un’esperienza che cambia radicalmente il modo di percepire la propria professione e la responsabilità a cui si sente chiamati esercitandola.
«Lavorare in un ospedale all’ultimo miglio, in Africa, vuol dire fare tanto con poco. È sorprendente scoprire quanta forza, quanta competenza e dedizione ci siano anche dove le risorse mancano, dove gli strumenti sono diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati. Qui ogni scelta, anche la più semplice, ha un grosso peso: operare un paziente o consigliargli un grande ospedale, chiedere un esame ma ritardare o rinunciare alla terapia perché il paziente non ha abbastanza denaro per entrambi… una settimana di dialisi, per esempio, costa quanto mesi di stipendio. Bisogna imparare a concentrarsi su ciò che è essenziale ed efficace nella cura».
Arrangiarsi, però, non vuol dire improvvisare, né tanto meno fare le cose superficialmente. Vuol dire che riscoprire la cura è prima di tutto relazione, che bisogna investire del tempo per instaurare un rapporto più fiducia con il paziente:
«Qui ho avuto modo di imparare davvero a praticare la medicina. Il ragionamento clinico e l’esperienza diventano la parte principale. Si comprende presto che anche nei contesti più privilegiati come l’ospedale, pur avendo in teoria a disposizione tanti esami diagnostici, questi spesso non possono essere utilizzati. E dove la diagnosi non è una certezza, serve pensare, osservare, ascoltare e capire come usare meglio quello che si sa e che si ha a disposizione».
Un processo che funziona solo se si impara davvero a lavorare insieme, guardandosi gli uni con gli altri non solo come colleghi, ma come esseri umani che coltivano il sogno di costruire un futuro più giusto, dove il diritto alla cura non suoni come un’utopia lontana, ma una promessa concreta.
«L’ospedale all’ultimo miglio vuol dire anche vivere in comunità. Una ventina di medici e circa duecento tra infermieri, tecnici e altri lavoratori vivono intorno all’ospedale. Le giornate quindi si condividono, dentro e fuori dalle corsie: i pranzi, lo sport, le feste, le idee, le ambizioni».
Ora che l’esperienza di Federica si avvicina alla conclusione, il bilancio è quello di una professione, quella del medico, riscoperta in tutta la sua umanità. Lo spazio lasciato dalla carenza di risorse e dalla burocrazia più essenziale non è uno spazio vuoto: è un terreno fertile di crescita, incontro e determinazione. alimentato dalla complessità e dalle sfide quotidiane che in qualche modo riescono a far germogliare nuovi, a volte inaspettati, semi di guarigione:
«In questi contesti impari che ogni incontro di cura è un equilibrio fra la scienza, la comunità e la comprensione delle aspettative, degli obiettivi e delle priorità dei pazienti. Ed è forse proprio in questo equilibrio, fragile e potente insieme, che la medicina ritrova il suo significato più profondo».