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600 grammi di vita: il coraggio di una mamma

A Gambella, in Etiopia, la tenacia di Nyalol e l’impegno del Cuamm salvano Nurodesa, nata a 24 settimane e di soli 600 grammi

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«Sono a Gambella, in Etiopia, dove sto verificando e valutando il lavoro del Cuamm e ho intercettato una storia bellissima. Per chi ci crede, un vero miracolo. Dovete raccontarla. Queste cose sono già eccezionali in Italia, figurati in un posto come Gambella».

È convincente la voce di Claudio Beltramello, medico Cuamm di lunga esperienza, che ci mette in contatto con due pediatri etiopi, Henok e Temesgen, per dare voce a una storia di coraggio e resilienza. Una storia in cui la vita vince. Nurodesa è una bambina etiope che oggi ha quasi 4 mesi. Ma è anche un miracolo. Una storia di amore, tenacia e competenza. Di fortuna o Provvidenza, per chi ci crede. Di quelle che ti sembrano impossibili eppure succedono, anche in Africa. Nurodesa è nata nella regione di Gambella, in Etiopia, precisamente nel distretto di Itang, a circa 1 ora di strada, dall’ospedale regionale di Gambella, dove il Cuamm opera, in particolare nella Maternità.

È il 13 novembre quando arriva in ospedale. Pesa solo 600 grammi. È nata a casa, la mamma Nyalol decide di portarla al centro di salute più vicino e da lì la indirizzano all’ospedale regionale. Nyalol ha solo 22 anni e un altro bambino a casa.

«Ricordo bene quella domenica, era mattina presto quando è arrivata in ospedale questa neonata di soli 600 gr. Era nata in casa. Non potevo credere che fosse ancora viva, perché è arrivata dopo 1 ora dalla nascita. Aveva una severa ipotermia, una severa ipoglicemia, pesanti difficoltà respiratorie. L’abbiamo messa subito in incubatrice, l’abbiamo nutrita, abbiamo cominciato a farle una serie di accertamenti e così abbiamo capito che era alla 24esima settimana gestazionale – racconta Henok Zewdu, il pediatra che si è preso cura della bimba e che ora lavora con il Cuamm a Shire, in Tigray –. Abbiamo fatto alcuni accertamenti anche sulla mamma e abbiamo scoperto che era positiva all’Hiv/Aids. Subito abbiamo cominciato la terapia, per lei e la bambina. Mi sentivo una grandissima responsabilità, la situazione era molto difficile, ma ho fatto il possibile per darle un’opportunità di vita».

Henok prosegue il suo dettagliato racconto di come si sono presi cura di questa piccola e di come ha potuto mettere in pratica anche alcune competenze acquisite l’estate scorsa in Italia, quando ha trascorso un mese in due ospedali italiani, (la Fondazione Poliambulanza di Brescia e l’ospedale di Camposampiero, in provincia di Padova), grazie all’attivazione e alla generosità di Claudio e di tanti amici e volontari Cuamm. Un periodo che gli ha permesso di approfondire la gestione dei neonati, specie nelle tecniche di alimentazione e di trattamento delle infezioni respiratorie, anche in paesi a basse risorse come l’Etiopia.

«È stato davvero un miracolo. Non pensavo che ce l’avrebbe fatta. Nell’ospedale regionale di Gambella abbiamo una piccola neonatologia, ma i bambini che arrivano nelle condizioni di Nurodesa, generalmente, non ce la fanno. Eppure lei dopo due mesi, ha raggiunto 1,6 kg e ha cominciato a stabilizzarsi».

A seguire, il racconto di Temesgen, il pediatra del Cuamm che ha seguito la sua crescita nell’ultimo periodo.

«Ho visto la bambina per la prima volta intorno alla prima settimana di febbraio – aggiunge Temesgen, il pediatra del Cuamm che ha seguito la sua crescita nell’ultimo periodo –. Era già stata dimessa e si era recata in ospedale per le vaccinazioni. La madre aveva un ottimo rapporto con l’équipe medica del reparto di terapia intensiva neonatale, quindi era venuta a salutarli. Mi trovavo lì anch’io e le infermiere mi hanno presentato la piccola. Ho avuto modo di visitarla, controllare la vista e lo sviluppo neurologico. Aveva tre mesi, pesava 2 chili, riusciva a tenere la testa dritta e a sorridere, proprio come fanno i bambini della sua età. È la prima volta che vedo sopravvivere un neonato di 600 grammi».

Temesgen sottolinea anche il ruolo fondamentale della madre durante tutto il ricovero.

«La mamma è rimasta al suo fianco per tutto il periodo, prima mentre la piccola era in incubatrice, stava nella Maternità, poi quando ha cominciato la Kangaroo mother care è stata spostata in una stanza apposita. Una volta stabilito che era fuori pericolo e che la mamma era in grado di occuparsene, è stata mandata a casa. E che grande gioia e festa le è stata preparata. C’erano tutti: la direzione dell’ospedale, i medici, gli infermieri, una grande famiglia che si è presa cura di lei per tanto tempo. A nome del Cuamm, le è stato dato un regalo per premiare il suo coraggio e la sua resilienza».

E conclude con una riflessione sul senso del suo lavoro:

«Amo moltissimo il mio lavoro perché, anche in contesti con risorse limitate, ho visto molti bambini essere salvati con poco, semplicemente con un grande lavoro di squadra, seguendo i giusti protocolli di trattamento o attraverso valutazioni cliniche appropriate. Vedere un bambino malato che, nel giro di pochi giorni, torna a sorridere, mi riempie la giornata. È una grande soddisfazione. E quando riesci a salvare una vita, un neonato di 600 grammi, non potresti amare di più il tuo lavoro di pediatra».