Servizio civile in Angola sentirsi parte
Dieci mesi dall’altra parte del mondo: l’esperienza di Irene, ostetrica del Servizio civile Cuamm in Angola
Dieci mesi da trascorrere in Angola, a Chiulo, arrivando quasi all’improvviso da Milano. «All’inizio è stato spaesante», racconta Irene Verdoscia, ostetrica in Servizio civile con il Cuamm. «Sono arrivata in un momento di grande passaggio: il personale stava cambiando, chi era lì da anni era a fine corsa. Inserirsi non è stato immediato».
Lo spaesamento non è stato solo professionale. C’è voluto del tempo anche per prendere confidenza con alcune limitazioni della vita quotidiana: le regole di sicurezza, il coprifuoco serale, l’impossibilità di muoversi liberamente. Un sentimento che però è stato presto sciacquato via da un inaspettato senso di meraviglia per l’accoglienza delle persone del posto.
«Qui tutto è famiglia», racconta. «Le colleghe più grandi diventano “nonne”, quelle poco più grandi “zie”. Qui tutti ti salutano, ti sorridono, ti fanno sentire parte di qualcosa». Ed è in questo equilibrio tra limiti e relazioni che l’esperienza di Irene ha iniziato a prendere forma.
«Sto vedendo e facendo cose che in Italia probabilmente avrei incontrato molto più avanti, o forse mai», racconta. Lavorare con risorse limitate significa fare i conti con l’incertezza e con l’impotenza, ma anche ripensare il senso del proprio ruolo. «Qui la vita e la morte sono più vicine. In Italia un’ostetrica difficilmente vede morire una donna di parto. Qui è successo già due volte, in meno di sei mesi. Non è poco».
Eppure, i cambiamenti sono tangibili. Sempre più donne arrivano in ospedale per partorire, grazie al lavoro delle brigate e delle case d’attesa. «Si capisce quanto sia importante il parto sicuro, e quanto il lavoro del Cuamm negli anni abbia fatto la differenza. C’è ancora tanto da fare, soprattutto sulla formazione, ma la direzione è quella giusta».
Tra le tante storie, Irene ne porta nel cuore una in particolare. Era il suo secondo parto a Chiulo. Il neonato non respirava e doveva essere rianimato. «Mentre lavoravamo, la mamma ha chiesto se fosse maschio o femmina. E ha detto: se è femmina si chiamerà Irene». Il bambino è nato maschio, ma il nome è rimasto. «Per me è stata un’esperienza fortissima. Mi ha davvero trasmesso l’importanza che può avere la fiducia di una mamma nei tuoi confronti, in contesto come questo».
Alla domanda se consiglierebbe il Servizio civile con il Cuamm, Irene non ha dubbi. «Sì, perché ti cambia lo sguardo. Radicalmente. Viviamo incastrati in una società che crea molte sovrastrutture e spesso fa perdere il senso delle cose. Qui ridimensioni i tuoi problemi. La vita magari è più complessa e faticosa, ma scorre in modo fluido, naturale. E qui, come ostetrica, sei veramente utile. Se dobbiamo usare il nostro tempo per qualcosa, farlo dove c’è bisogno dà un significato diverso a tutto».