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Ponti tra Monza e Tosamaganga: l’ostetricia oltre i confini

Due ostetriche di Monza in Tanzania per un training nato dalla collaborazione tra l’Università di Milano-Bicocca e il Cuamm

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    Cosa spinge due ostetriche con anni di esperienza in un grande ospedale lombardo a volare in Tanzania per un training di due settimane? Per Teresa Gramegna e Lucia Zagra, in forza all’Ospedale San Gerardo di Monza rispettivamente da 12 e 3 anni, la risposta sta in una borsa di studio dell’Università Milano-Bicocca e in un incontro speciale che ha cambiato la loro prospettiva professionale.

    Un incontro nato a km di distanza

    Tutto ha inizio tra le mura del San Gerardo, grazie a un progetto di scambio internazionale (Erasmus+) tra la Bicocca e la Ruaha University (RUCU) di Iringa. È qui che Teresa e Lucia conoscono Annajoyce, caposala del reparto di ginecologia dell’ospedale di Tosamaganga.

    «Annajoyce è stata con noi due mesi in Italia, – raccontano le ostetriche. – È stata una presenza discreta ma attentissima. Ci ha colpito la sua cura per i dettagli, dalla precisione nel piegare le lenzuola all’osservazione clinica profonda, quasi istintiva, sulle donne e sul personale».

    È stata proprio questa connessione umana a fare da ponte verso l’Africa, dove, come Medici con l’Africa Cuamm, da anni operiamo sul territorio con il programma “Prima le mamme e i bambini. Persone e Competenze”.

    Il Training a Tosamaganga: imparare a insegnare

    Arrivate in Tanzania, Teresa e Lucia si sono trovate immerse in una realtà dove la scarsità di risorse è compensata da una straordinaria capacità di adattamento e collaborazione. Il training, strutturato insieme al personale Cuamm e ad Annajoyce, non è stato una semplice lezione frontale, ma uno scambio dinamico.

    «Abbiamo scoperto un sistema didattico diverso, molto più coinvolgente, fatto di momenti di energia e ripetizioni corali, – spiegano – Non c’era la gerarchia rigida a cui a volte siamo abituati: medici e ostetriche lavorano in una simbiosi totale, discutendo insieme ogni caso clinico della notte».

    L’impatto con la sala parto è stato forte: spazi ridotti dove la tecnologia lascia il posto alla clinica pura. In una realtà dove una donna ha mediamente 3 o 4 figli, il lavoro si è concentrato sulla riduzione dei tagli cesarei e sul miglioramento della sorveglianza fetale, tema complesso a causa di limiti strumentali e differenze culturali.

    Piccoli cambiamenti, grandi impatti

    Il cuore del training si è concentrato su due pilastri fondamentali: il movimento libero in travaglio e la sorveglianza del benessere fetale.

    Nonostante le difficoltà oggettive, il training ha portato frutti immediati. Grazie alla volontà del personale locale, sono stati introdotti piccoli ma significativi cambiamenti: un lenzuolo appeso per favorire il movimento libero in travaglio, uno sgabello da parto artigianale costruito da un falegname locale

    «Abbiamo visto una voglia immensa di apprendere, – sottolinea Teresa. – Già dopo la prima settimana abbiamo notato miglioramenti nella sorveglianza del benessere fetale. Ci hanno insegnato che, anche con poco, si può fare moltissimo se c’è cooperazione».

    Un ritorno arricchito

    L’esperienza a Tosamaganga si è conclusa tra canti, balli e abbracci per la consegna dei certificati, ma il legame resta saldo. Per Lucia e Teresa, il bilancio è estremamente positivo. A livello clinico, portano a casa una maggiore capacità di osservazione e l’importanza di ritornare all’essenza del mestiere; a livello umano, una nuova sensibilità verso le mamme straniere che partoriscono in Italia: «Ora possiamo capire meglio le loro paure e il loro background».

    Il consiglio per le colleghe? «Fatelo, ma fatelo insieme. Supportarsi a vicenda è fondamentale».

    Il viaggio di Teresa e Lucia dimostra che la cooperazione internazionale, sostenuta da università e organizzazioni come il Cuamm, non è solo un passaggio di competenze tecniche, ma un arricchimento reciproco che rende più umano il momento più delicato della vita, la nascita.