| Una questione di coraggio |
| Scritto da Claudia Vago, giornalista al seguito della delegazione Cuamm |
| Venerdì 13 Luglio 2012 08:02 |
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Non è mai volentieri che si visita un ospedale. Figuriamoci un ospedale africano. Anzi, un ospedale rurale africano. E per aggiungere difficoltà alle difficoltà, un ospedale rurale africano in Sud Sudan. Non pensavo sarei riuscita a sopportare il giro per i reparti, la vista del dolore, l'odore di medicinali e malattia. Non credevo avrei potuto. Avevo in testa queste cose quando Ottavia Minervini, che con il marito Enzo Pisani rappresenta la colonna portante dell'ospedale di Yirol, mi ha invitata a seguirla in un giro alla scoperta della struttura.
Si comincia dall'Emergency room, il luogo in cui arrivano i malati che richiedono cure. I casi più gravi vengono trattenuti lì, gli altri spostati ai diversi reparti. Quando entriamo la stanza è piena, ci sono quattro lettini e ognuno è occupato da un bambino e da almeno un adulto che si prende cura di lui. La diagnosi è la stessa per tutti: malaria cerebrale. Arrivano in ospedale con le convulsioni, il più delle volte già in coma. Salvarli è, il più delle volte, una questione di volontà: occorre ossigenarli per evitare danni cerebrali, ma mancano le attrezzature, quindi si usano delle mascherine con pompette e si insegna alla famiglia come usarle. Mentre siamo nella stanza uno dei bambini si sveglia ed esce dal coma, gli altri, sollecitati da Ottavia con pizzicotti e colpetti mostrano segni di reazione: sono in coma, ma c'è ancora speranza che si sveglino. Nel reparto Medicina non c'è nessuno. Non perché non ci siano pazienti ricoverati, ma perché i dinka sono fatti così: se non sono costretti a stare a letto preferiscono stare fuori, sotto agli alberi o alla tettoia che protegge i corridoi che collegano un edificio all'altro. Sono un popolo seminomade, letti e pareti per loro non sono una comodità ma una costrizione e i medici del Cuamm devono scendere a patti con queste abitudini, non tentare di imporre loro un comportamento, cercare di assecondarli, nel limiti del possibile. La porta della sala operatoria sembra portare in un'altra dimensione tanto è il contrasto tra il dentro e il fuori. Non oso entrare per paura di contaminare con le scarpe sporche e i vestiti impolverati il perfetto ordine di quella stanza così importante per salvare vite. Quando arriviamo all'edificio che ospita i reparti di ostetricia e ginecologia troviamo Lavinia Groppi impegnata nel giro di controllo delle pazienti ricoverate. Lavinia è una JPO, Junior Project Officer, cioè una specializzanda in ginecologia che ha deciso di vivere alcuni mesi del suo percorso di specializzazione in A Il suo lavoro non è per niente semplice: partorire per le donne africane è un fatto naturale, difficile convincerle che devono stare a riposo, che non possono tornare a casa se hanno gravidanze a rischio ma si sentono bene. Ce n'è una che ha già perso due gemelli e rischia di partorire prematuramente una creatura di poco più di un chilo, che qui significa che non sopravviverà, ma scappa in continuazione dall'ospedale e non si riesce a convincerla che, anche se si sente bene, è lì che deve stare. Ci sono le madri ammalate di malaria che hanno appena partorito e, quindi, hanno trasmesso la malaria ai neonati che vengono monitorati e curati con costanza. Ci sono i casi che da noi sarebbero normale routine e qui, invece, possono significare complicazioni insormontabili e, in alcuni casi, morte. Mancano le attrezzature sofisticate che siamo abituati a vedere nei nostri ospedali. Mancano cose più banali, come il sangue per le trasfusioni. Quello che non manca è la passione, la volontà, la determinazione di persone che hanno fatto una scelta dura, per un breve periodo o per la vita, e l'impressione è che spesso la volontà e la determinazione possano molto più delle attrezzature sofisticate.
Nel pomeriggio partiamo per Lui. La strada non è lunga, ma le distanze in Africa non si misurano in chilometri. In numero di buche sarebbe più azzeccato. La pista di terra rossa è un'interminabile serie di buche che, a tratti, sono immense pozzanghere che la pioggia che inizia a cadere fortissima non fa che riempire ulteriormente. Più di una volta sembra che le nostre auto non ce la facciano a uscirne ed è solo l'immensa bravura dei nostri driver, Felix e Daniel, che ci riporta ogni volta in strada. Per quasi otto ore schivano buche, lottano col volante per non far uscire la macchina di strada e ci portano, sani, salvi e stanchi, a Lui, nel mezzo di una foresta equatoriale e lussureggiante come non ho mai visto nella vita. |







Commenti
in ogni caso negli ospedali africani si sente scorrere molto di piu la vita e la linea fra vita e morte è molto piu sottile...
in ogni caso un gran in bocca al lupo agli operatori di cuamm a yirol....che porto sempre nel cuore